La Grotta Zinzulusa si trova nel territorio di Castro (Lecce). E' molto importante perché, oltre ad essere bella da vedere e ad aver fatto sognare in molti, ha restituito resti testimonianti la frequentazione umana del luogo pressoché continua. I reperti individuati vanno dal Paleolitico Medio all'età romana. Alcuni di questi manufatti hanno fatto pensare ad una funzione cultuale del luogo.
Monsignor Duca fu il primo che affermò di avere visitato la grotta e di aver scoperto al suo interno i resti del tempio della Dea Minerva. Egli inviò una lettera il 30 Ottobre del 1793 a Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli e Sicilia, sostenendo questo. Cercò di riconoscere, nei luoghi descritti da Virgilio nell'Eneide relativi al tempio di Minerva, la zona della Zinzulusa. (Questo faceva parte del piano di valorizzazione di Castro che comprendeva anche il trasferimento delle scuole fondate da Monsignor Capreoli e che si trovavano a Diso e a Poggiardo nel territorio di Castro). Nel 1802 l'abate Teodoro Monticelli, mentre si recava con la sua nave in Egitto fece naufragio presso Castro e avendo letto quanto scritto dal Vescovo Duca nel 1793, volle visitare la grotta. Anche lui credette di vedere nella grotta Zinzulusa i resti dell'antico tempio della Dea Minerva.
Nel 1821 il geologo Brocchi visitò parzialmente la grotta e non in maniera attenta. Egli non poté dare alcun giudizio in merito. Escluse comunque di trovarsi di fronte ai resti di un tempio. A lui fu raccontato inoltre che Monsignor Duca non visitò in prima persona la grotta ma che raccolse le testimonianze di cittadini che la visitarono per suo conto e che pensarono di vedere in grandi stalattiti e stalagmiti i resti di colonne e capitelli.
Nel 1870 Ulderigo Botti iniziò la visita della grotta. Questa visita fu ripresa e portata a termine nel 1874 dopo aver sentito più volte le fantastiche storie che i pescatori locali raccontavano di quel luogo. Egli poté ammirare le bellezze naturali di grotta Zinzulusa escludendo però che questo luogo sia stato frequentato dall'uomo. La bocca della caverna risultava essere a 11 m sul livello del mare. Oltre questa si apriva una sala di forma irregolare avente una larghezza di circa m 5,30. Nella parte più interna ad essa e ai piedi di essa vi era un piccolo laghetto nel quale era impossibile accedervi vista la verticalità delle pareti intorno. Dalla parte destra si poteva, con molta precauzione, continuare per un altro breve tratto. Per andare oltre si pensò di svuotare il laghetto (aveva una profondità di circa m 5,80) o di riempirlo e poggiare quindi una scala a pioli. Ne una ne l'altra ipotesi poteva andare perché svuotarlo sarebbe risultato impossibile visto che il laghetto comunicava con il mare, mentre riempirlo sarebbe stato un lavoro molto lungo e faticoso. Si decise allora di costruire un ponte di legno. In questo modo si poté andare oltre. Il Botti scrisse :"vano tentativo sarebbe il mio se volessi descrivere la bellezza e varietà della scena che successivamente si offriva ai nostri sguardi ammirati non che il numero, la ricchezza, la bellezza delle stalattiti, dei panneggiamenti, delle stalagmiti. Un simile spettacolo bisogna vederlo ........".
Il Botti giunse quindi ad un grande recinto sormontato da una immensa cupola nel quale non si poteva accedere poiché il suolo era occupato da una massa melmosa maleodorante (guano di pipistrello).La lunghezza fin qui raggiunta era di m 156,50. In questo ambiente venne individuata una iscrizione :
eustacho
DUPA
Questo nome era tracciato con il dito sulla poltiglia calcarea, impastata al guano di pipistrello che riveste le pareti. Il Botti chiese in giro se si conoscesse qualcuno con quel nome ma nessuno seppe dare risposta. Era convinto che quella fosse una iscrizione non antica (secondo lui una iscrizione così fatta non sarebbe durata molto tempo).
Lui ne fece un'altra allo stesso modo,
BOTTI
1874
invitando i futuri esploratori a verificarne la durata. Quindi egli non trovò nella grotta Zinzulusa nessuna traccia di una antica presenza dell'uomo. Le prime vere ricerche di carattere archeologico le si ebbero nel 1904 da parte di Paolo Emilio Stasi che dal 1900 era impegnato negli scavi della vicina Grotta Romanelli.
Scavando parte del riempimento che si trovava nel "Vestibolo" portò alla luce frammenti di vasi dipinti e fusaiole risalenti al Neolitico, frammenti di ceramica di tipo "Serra d'Alto", frammenti di ceramica incisa risalenti all'Eneolitico, un frammento di ceramica incisa riportante una croce ansata (o svastika), lamette di ossidiana, lisciatoi, punteruoli risalenti sempre al Neolitico. Furono individuati anche alcuni frammenti di Bos Primigenius. Si rinvennero anche frammenti di ceramica tricromica (fasce rosse marginate di nero) con motivi meandrospiralici, tazze, frammenti ceramici di tipo "Piano Conte". Alcuni di questi reperti sono conservati presso il Museo Paleontologico di Maglie, altri si trovano presso il Museo dell'Istituto di Geologia dell'Università di Genova e sono stati studiati dalla Cavalier, altri ancora sono presso l'Istituto Italiano di Paleontologia Umana di Roma. Uno studio sul frammento di ceramica incisa con il motivo della svastika fu eseguito da Angelo Mosso e pubblicato in "Le origini della civiltà Mediterranea" nel 1910.Lo Stasi considerò questo frammento neolitico. L'immagine della svastika è una immagine religiosa che sembrava provenire dall'estremo Oriente. Il Mosso osservò che se effettivamente il frammento fosse neolitico, allora questo segno sarebbe apparso prima nel Mediterraneo e non in estremo Oriente. (Il segno è racchiuso in un quadrato ; ogni lato del quadrato è formato da tre linee parallele ; i lati sono a loro volta circondati da file di punti ; sul frammento si osservano anche due linee parallele e una linea a zig - zag).
Nel 1923 Filippo Bottazzi, Pasquale De Lorentiis e Gino Stasi (figlio di Paolo Emilio Stasi) pubblicarono sulla Rivista di Biologia, Vol. V, fasc. III, una descrizione della grotta Zinzulusa. Essi diedero per primi i fantasiosi nomi di Vestibolo, Conca, Corridoio delle meraviglie, Trabocchetto e Duomo ad alcune parti della grotta. Questi nomi sono ancora oggi utilizzati dalle guide per descrivere la bellezza della Zinzulusa. A sud del Duomo vi era un laghetto che il Bottazzi, De Lorentiis e lo Stasi chiamarono Cocito. All'interno di questo laghetto fu pescata la rara Thiphlocaris (raro decapode cieco della famiglia Palaemonidae). Alcuni di questi esemplari (circa 6) furono conservati in alcool e mandati al Dott. Caroli dell'Istituto Zoologico della Regia Università di Napoli. Nel 1947 si iniziò l'estrazione del guano presente nel "Duomo" a scopo industriale. Questa operazione fu seguita da Gino Stasi. Il guano venne scaricato in grande quantità sulla piazzetta di Castro Marina. Da questo emersero strumenti Paleolitici e manufatti dell'età dei metalli. Alcuni di questi materiali furono conservati presso il sig. Agostino Lazzari.Nel 1956 l'Ente Provinciale per il Turismo di Lecce ha provveduto a dei lavori per rendere la grotta visitabile dai turisti. Divenne tale il 13 Agosto 1957. Durante questi lavori il materiale di risulta venne in parte gettato in mare, in parte utilizzato per il livellamento dell'area coperta dalla passerella di calcestruzzo e in parte fu accumulato sul lato destro di chi entra nel "Vestibolo" e sul pendio che va a finire nel laghetto. Questo materiale fu risparmiato per l'intervento del prof. Decio De Lorentiis.
Un personaggio molto importante per gli studi eseguiti sulla Grotta Zinzulusa fu un famoso geologo castrense Antonuccio Lazzari il quale pubblicò nel 1958 sugli "Annali dell'Istituto Superiore di Scienza e Lettere - S. Chiara" VIII, un articolo dal titolo "La Grotta Zinzulusa presso Castro, prov. di Lecce - Osservazioni geo - morfologiche con notizie storico - bibliografiche e due appendici". Tra il 22 dicembre del 1958 e il 5 gennaio 1959 effettuarono delle ricerche nella grotta A. C. Blanc insieme a Luigi Cardini. Essi si avvalsero dell'aiuto del gruppo speleologico di Maglie, in particolare del prof. Decio De Lorentiis, Vittorio Sticchi e Agostino Lazzari. Fu vagliato il cumulo di materiale che si trovava nel "Vestibolo" e che, visto i lavori di scavo eseguiti dallo Stasi nel 1904 e visti i più profondi lavori di ripulitura eseguiti nel 1956, risultò avere gli strati sconvolti e mescolati. "Si rinvennero molti frammenti di ceramica d'impasto, nero lucida o rossastra, lisciata e ingubbiata, e di ceramica grigia o gialliccia, ben depurata, ornata da dipinti a fasce rosse e bruno scuro, con elementi geometrici a triangoli, losanghe e fasce di linee parallele, lisciatoi e punteruoli di osso, un'accetta votiva ed uno scalpello di ofiolita levigata, grani di collana o pesi di rete, semi di grano carbonizzati e manufatti di selce e di ossidiana, tra cui alcune cuspidi di freccia ad alette".
Questi materiali erano riferibili all'Eneolitico. Si rinvennero anche manufatti risalenti al Paleolitico superiore come microbulini, bulini, lamette a dorso abbattuto, grattatoi. Furono individuati anche varie monete di bronzo e frammenti di ceramica di età romana, in parte del tipo etrusco - campano. Nel cumulo di materiale di risulta vi era anche la presenza di resti di Equus hidruntinus, di Bos primigenius, di Cervus elaphus, capreulus, Capra ibex, Sus scrofa, Hyaena, Vulpes, Dama, Erinaceus europaeus. Agostino Lazzari aveva anche raccolto in precedenza nella parte destra del "Vestibolo" una bella bacinella. Nello stesso anfratto A. C. Blanc rinvenne due scuri ad occhio di bronzo.
Lo studio di queste fu eseguito da Anna Maria Bietti Sestieri che pubblicò il suo lavoro nel 1968 su Quaternaria, X. Una di queste scuri presentava in prossimità dell'occhio una decorazione incisa al bulino :
"Lungo i margini, e parallelamente ad essi, corrono rispettivamente due file parallele di punti ; nella parte superiore, 1 cm al disotto dello spigolo terminale, una fascia orizzontale delimitata in basso da due, in alto da una fila di puntini, è formata da una fila di puntini fra due linee incise, correnti a zig - zag e limitata da due linee parallele. Un punto è disegnato al centro di ognuno dei triangoli formati dalla fascia a zig - zag. Nella parte inferiore, nel punto di attacco tra manico e lama, si ha una zona decorata formata da due fasce parallele orizzontali a spina di pesce alternata a linee incise e delimitate in alto da due file di punti, in basso da un triangolo con il vertice rivolto verso il taglio, il cui lato maggiore è costituito da due , i minori rispettivamente da tre file parallele di puntini.Un punto segna il centro del triangolo. Su uno dei lati, subito al disotto dell'occhio, compaiono due piccoli fori perfettamente circolari, della profondità di cm 2,7. Questa scure misura cm 19,5 di altezza, cm 5,5 di larghezza al taglio, cm 2,7 e 3,9 ai due diametri dell'occhio. L'altra scure è più massiccia e più larga con i margini della lama arrotondati. Anche questa presenta su uno dei lati, al disotto dell'occhio, due fori circolari profondi cm 2,9. (E' priva di decorazione incisa). Misura cm 18,1 di altezza, cm 5,9 di larghezza al taglio, cm 2,9 e 3 ai due diametri dell'occhio".
Secondo la Bietti Sestieri, visto che le due scuri sono state deposte in un anfratto e sono state ricoperte con detriti allora c'è stata l'intenzionalità della deposizione. Le due scuri vanno inquadrate in un arco di tempo che va dal XI sec. al IX sec. a. C. . Dal punto di vista tipologico le due scuri possono essere confrontate con i più antichi ripostigli "protovillanoviani" : quello di Casalecchio e quello di Mottola. Da un punto di vista decorativo è stato fatto il confronto con una scure dal ripostiglio di Soleto (dal punto di vista tipologico manca però qualsiasi affinità). Una affinità maggiore la si ha con l'ascia di Ripatransone in cui si hanno tutti gli elementi decorativi presenti in quella della Zinzulusa. Affinità le si hanno anche con l'ascia di Cortona in cui però non compare il motivo a spina di pesce. Secondo la Bietti Sestieri le due scuri della Zinzulusa sono tra i più antichi esemplari di questa classe noti in Italia. (Si credeva precedentemente che le scuri ad occhio fossero comparse in Italia continentale non prima dell'età del ferro). Le due scuri sono oggetti mai utilizzati, di ottima fattura. Sembrerebbero delle armi di un guerriero. Secondo la Bietti Sestieri la deposizione potrebbe avere due significati :
"che le due scuri siano un'offerta votiva, unica traccia della destinazione sacra del luogo ; oppure che esse siano state semplicemente nascoste nella grotta per il loro valore intrinseco in un momento di necessità".Le due asce, come la maggior parte del materiale rinvenuto dal Blanc e da Cardini, oggi sono conservate presso l'Istituto Italiano di Paleontologia Umana di Roma. Pochi reperti sono anche al Museo Paleontologico di Maglie.
Nel 1972 un gruppo di volenterosi guidati dall'Ispettore Onorario di Castro Gigi Lazzari, eseguirono una esplorazione subacquea della "Conca". Si doveva valutare le possibili comunicazioni sotterranee con il mare delle parti più interne di grotta Zinzulusa. Sul fondo, lungo la parete ovest del laghetto, furono individuati undici vasi. Erano ricoperti da fanghiglia ed altro materiale di età storica che testimonierebbe una frequentazione continua del luogo. Giuliano Cremonesi ha ipotizzato l'esistenza di un culto legato alle acque. Furono individuate anche due statuine di argilla alte circa cm 15 rappresentante una figura femminile ammantata dalla testa ai piedi. Del volto sono visibili solo gli occhi, la fronte e il naso (la bocca è nascosta dal manto). Una di queste ha il braccio sinistro allungato lateralmente mentre ha il braccio destro cinto alla vita; questo consente al panneggio di acquistare alcune pieghe.Furono individuate anche lucerne di varia grandezza. Durante questa esplorazione si rinvennero i resti di Cervus, di Sus scrofa, di cavallo selvatico e frammenti di femore di Homo sapiens sapiens. Gli undici vasi sono conservati presso il Museo Paleontologico di Maglie. Questi furono oggetto di studio da parte di Maria Gloria Zezza che ha pubblicato il suo lavoro dal titolo "Vasi eneolitici dalla Grotta Zinzulusa di Castro (Lecce)" nel 1984 in "I Quaderni, 2, 1984". I vasi risultarono essere in buono stato di conservazione, interi o ricostruibili interamente. La Zezza attribuì cinque olle e due frammenti di ciotola ad una facies locale - Eneolitico primo pugliese (età del rame) - contemporanea a quella di "Piano Conte". Per questi vasi la decorazione, incisa o graffita, ricorre all'interno subito sotto l'orlo. Il motivo decorativo presente è il nastro campito a tratteggio con andamento orizzontale (si trova anche con andamento verticale o a zig - zag). Due vasi emisferici e due ciotole sono stati identificati dalla Zezza con i tipi della cultura di "Piano Conte". La decorazione di questi vasi è costituita da fasci di linee che percorrono a zig - zag l'intero vaso dall'orlo al fondo. Il solco di queste linee è molto delicato da essere a stento percepibile. La facies locale (Eneolitico primo pugliese) fu denominata da Giuliano Cremonesi nel 1987 "aspetto della Zinzulusa" (poiché fu individuato per la prima volta nella grotta Zinzulusa). L'aspetto della Zinzulusa è stato riscontrato, fino a questo momento, solo in cavità naturali come Grotta della Trinità (Ruffano), Grotta delle Veneri (Parabita), Grotta dei Cervi (Porto Badisco). E' probabile che essi venissero utilizzati solo per determinati culti
La maggior parte del materiale che si rinvenne durante l'esplorazione della "Conca" finì nei depositi della Sovrintendenza di Taranto dove ormai giace da anni. La Grotta Zinzulusa è oggi per Castro una fonte di ricchezza non indifferente essendo visitata durante l'anno da moltissimi turisti, curiosi di ammirare le sue bellezze. Parte di queste bellezze mancano perché sparse in vari Musei o Istituti di ricerca. Sarebbe davvero una grande cosa se si riuscisse a far ritornare a Castro quel materiale, testimonianza preziosa che gli antichi frequentatori della Zinzulusa ci hanno lasciato.