Enea, dopo aver lasciato le scogliere ‘Ceraunie’ della costa albanese, arrivò in Italia. Ma dove approdò esattamente? Virgilio, nella sua opera, spesso fornisce i dettagli geografici che accompagnano l’avventura del protagonista. Cosi narra che Enea avvicinandosi alla costa italica poté scorgere: “...templumque apparet in arce Minervae” (e sulla rocca appare il tempio di Minerva). Studi ottocenteschi hanno proposto diverse soluzioni sull’ubicazione del tempio, mentre i commentatori di Virgilio insistono sul nome della colonia cretese di Castrum Minervae. Oggi, grazie ad alcune scoperte archeologiche, si può essere certi che il sito è da identificare con Castro, città pugliese arroccata su una collina prospiciente il mare, già indicata sulla Tabula Peutingeriana, la più antica carta geografica di rilievo del mondo antico, a otto miglia a sud di Otranto.
“Nel corso di restauri che interessano la fortificazione dell’abitato”, spiega Francesco D’Andria direttore dell’Istituto per i beni archeologici e monumentali (Ibam) del Cnr, “abbiamo potuto verificare che le mura di epoca aragonese insistono su quelle di età messapica del IV ed il III sec a.C; queste sono costruite con blocchi squadrati lunghi più di un metro, conservate anche su sedici filari che fungevano da terrazzamento della collina, in un susseguirsi di torrioni, di cremagliere, di porte e postierle”.
Ma le scoperte più straordinarie le ha riservate il cosiddetto ‘fondo Chiavica’, luogo dove nel secolo scorso erano convogliate le acque nere della città. “Proprio qui”, continua D’Andria, “è tornata alla luce la porta urbica, l’antico ingresso alla città messapica per chi giungeva dal porto. Aveva una pianta a corridoio stretto, per proteggere il punto più debole della difesa ed era sovrastata da un bastione. Le stesse pietre erano poi servite, nel Cinquecento, come basamento della nuova muraglia e come materiale di costruzione”.
Sul bastione sono poi riemerse le fondazioni di un tempio dorico e la parte centrale del timpano, probabilmente dedicato a Minerva. A rafforzare il riscontro tra la fonte letteraria e le testimonianze archeologiche sono i frammenti di coppette utlizzate per le libagioni rituali, trovate in strato di terreno commisto a cenere, il panneggio di una statua femminile di dimensioni maggiori del vero e alcune punte di freccia e di giavellotto in ferro, armi che si possono ben riferire al culto di una dea guerriera come Minerva.
“Il santuario di Atena, innalzato in sito strategico per il controllo della navigazione, doveva aver raggiunto una notevole fama conservata negli autori ai quali Virgilio attinge per il suo poema”.
Fonte: Francesco D’Andria, Istituto per i beni archeologici e monumentali del Cnr, Lecce, tel. 0832/422201-307053, e-mail: francesco.dandria@unile.it.