Castro è situata nell'area delle Serre salentine. Si erge su un promontorio a 98 m s.l.m. il cui orientamento è nord - sud. Si colloca su una formazione calcarenitica che prende il nome dal posto (Calcareniti di Castro). Castro ha il porto più vicino alla Grecia per rotte di piccolo cabotaggio, trovandosi a soli 80 Km di navigazione dall'isola di Phano, presso Corfù. Il centro e a continuità di vita nell'epoca moderna. Se si dovesse scrivere la storia di Castro ci si troverebbe in grande difficoltà perché ampi sono i periodi oscuri, privi di testimonianze e pochi sono i tentativi fatti per cercare di fare un po' di luce su queste lacune.
Luigi Maggiulli realizzò nel 1896 la Monografia di Castro che vuol essere un tentativo, come lui stesso scrive, "arduo", per cercare di "raggomitolare le intrigate fila di una storia arruffata ed oscura".
La grotta Zinzulusa, che è uno dei più importanti monumenti naturali di Castro, fu visitata parzialmente dal geologo Brocchi nel 1821, il quale sfatò le credenze di monsignor Duca del 1793 e dell'abate Teodoro Monticelli del 1802 secondo cui all'interno ci sarebbero stati i resti del tempio di Minerva. Le maestose stalagmiti sembravano parti di colonne di marmo.
Ulderico Botti nel 1870 iniziò l'esplorazione della grotta, che riprese e portò a termine nel 1874 dopo aver più volte sentito le fantastiche storie che i pescatori locali raccontavano di quel luogo. Il Botti comunque escluse che la grotta sia stata frequentata dall'uomo.
Nel 1881 il canonico Circolo di Castro ordinò un sopralluogo dell'area costiera al Botti, il quale rinvenne ed estrasse, dalla breccia ossifera presente davanti l'ingresso della grotta Romanelli , due molari di Elephas.
Vere ricerche archeologiche nel territorio di Castro iniziarono nel 1900. In questo anno infatti si ebbe la scoperta della grotta Romanelli per merito di Paolo Emilio Stasi, il quale fece realizzare dall'ingegnere Raffaele Palma, coadiuvato da Pasquale De Lorentiis, la pianta e uno spaccato longitudinale della caverna.
Alcuni anni dopo, nel 1904, lo Stasi ed Ettore Regalia realizzarono due trincee di scavo fino alla roccia di base, rinvenendo carbone ed ossa intenzionalmente frantumate insieme a piccoli strumenti in selce di forma circolare che documentavano la frequentazione umana della grotta.Si rinvennero anche due scheletri di bambino e uno di adulto, che attualmente si trovano presso il Museo di Antropologia dell'Università di Napoli Federico II.
Nello stesso anno lo Stasi effettuò dei saggi di scavo anche nella vicina grotta Zinzulusa, rinvenendo frammenti di ceramica risalente al Neolitico ( Serra d'Alto) e frammenti risalenti
all'Eneolitico.
Grotta Romanelli iniziava a rivestire sempre più importanza per gli studi della preistoria italiana e negli anni 1906 e 1907 Ettore Regalia studiò le faune rinvenute durante i vari scavi. Si erano già riconosciuti sia resti ossei appartenenti ad animali dal clima caldo, che resti ossei appartenenti ad animali abituati a vivere a climi freddi e stepposi.
Il prof. Regalia affermò che la "grotta Romanelli è forse, dopo le famose caverne dei Balzi Rossi, il luogo, di quanti se ne sono esplorati in Italia, che presenta riunito il maggior numero di dati, e dati di maggior valore, attinenti all'antichità dell'uomo".
Dal 1904 al 1914 ci fu un dibattito riguardo il discoide di selce rinvenuto nella grotta Romanelli. Il Pigorini riferì lo strumento al Neolitico negando che la grotta sia stata frequentata in età Paleolitica. Lo Stasi riferiva lo strumento all'età Paleolitica
Finalmente nel 1912 il Mochi dimostrò il carattere Paleolitico della grotta. Grotta Romanelli a questo punto segnò un passo importantissimo per la comprensione della preistoria dell'Italia.
Nel 1914 G. A. Blanc riprese le ricerche della grotta Romanelli utilizzando una nuova metodologia di scavo che consisteva in un sistema di coordinate cartesiane con cui si aveva l'esatta posizione dei reperti.
Riuscì così a interpretare in maniera corretta i vari livelli stratigrafici.
Nel 1923 Filippo Bottazzi, Pasquale De Lorentiis, Gino Stasi pubblicarono sulla "Rivista di Biologia" una descrizione della grotta Zinzulusa.
Per un breve periodo, nel 1938, ripresero le indagine nella grotta Romanelli.
Finalmente nel 1947 si iniziò l'estrazione del guano presente nel "Duomo" (la grande stanza con cui termina la grotta Zinzulusa) a scopo industriale (per poterne fare fertilizzante). Il guano venne scaricato sulla piazzetta di Castro Marina e da questo emersero strumenti litici risalenti al Paleolitico Medio e al Paleolitico Superiore ed emersero anche reperti risalente all'Eneolitico.
Sino a questo momento le indagini archeologiche mirarono a precisare l'aspetto preistorico e protostorico di Castro, ma nel 1956 si ebbe la segnalazione del Bernardini del rinvenimento di un tratto di mura difensivo nella zona "Chiavica", venuto alla luce durante i lavori per la realizzazione di un impianto fognario.
Il tratto di muraglia era lungo m. 16 ed era formato da blocchi di pietra locale dalle dimensione di m. 1,55 x m. 0,55 x m. 0,55.
La scoperta fu molto importante perché fornì nuovi dati per la comprensione dell'oscuro passato di Castro. Ancora oggi un piccolo tratto di muraglia è appena visibile.
Continuano comunque le indagini in grotta Zinzulusa e tra il 22 Dicembre del 1958 e il 5 Gennaio del 1959 realizzarono delle ricerche nella grotta A.C. Blanc insieme a Luigi Cardini. Venne setacciato il terreno presente nel "Vestibolo" che restituì reperti riferibili al Neolitico e all'Eneolitico. Essi si avvalsero dell'aiuto del gruppo speleologico di Maglie, in particolare dal Prof. Decio De Lorentiis, Vittorio Sticchi e Agostino Lazzari. Sulla parte destra del Vestibolo A. C. Blanc rinvenne due scuri ad occhio di bronzo. Queste furono studiate da A. M. Bietti Sestieri che pubblicò il suo lavoro nel 1968 su Quaternaria, X. Secondo la Bietti Sestieri le due scuri ad occhio vanno inquadrate in un arco di tempo che va dall'XI sec. al IX sec. a.C.
Nel 1961 Luigi Cardini riprese le indagini in Grotta Romanelli realizzando dei saggi di scavo all'interno del livello G, corrispondente ad un periodo compreso tra i 69.000 e i 40.000 anni da noi, e negli anni 1963 - 1964 fu ripresa l'attività di scavo sempre dal Cardini che ebbe come collaboratori P. Cassoli, A. C. Blanc, A. M. Valentini a cui si aggiunsero G. Carancini, M. Taschini, M. Valentini. Venne aperta una trincea lungo la parete sinistra della grotta. Un piccolo saggio fu fatto anche nel "bolo" della parete destra.
Gli ultimi interventi nella grotta risalgono al 1970, quando ci fu una nuova campagna di scavo condotta da P. Cassoli e M. Piperno. Fu interessata sia la parte destra del deposito sia quella sinistra , sempre nel bolo. Il materiale recuperato fu scarso, segno che l'occupazione della grotta Romanelli fu minore nella zona più interna.
Lo scavo, mirante a ripulire il tratto murario, venne condotto in collaborazione tra Università, Soprintendenza Archeologica della Puglia e Comune di Castro, sotto la direzione del prof. Francesco D'Andria e il coordinamento del dott. Carlo De Mitri. Il coordinamento del cantiere era affidato all'architetto Luigi Fersini. Si è osservato la presenza di un muro a grossi blocchi inglobato nel riempimento della fortificazione aragonese formata invece da blocchi più piccoli (50x25 cm).
Durante una ricognizione condotta nello stesso periodo si è avuto il riconoscimento di un altro tratto di mura a m. 4.20 a sud della torre circolare, su cui poggia sempre il tratto di mura aragonese.
Il prof. Francesco D'Andria iniziò ad ipotizzare l'andamento della cinta muraria messapica che, sostanzialmente, doveva coincidere con il circuito murario aragonese.
Le indagini furono condotte dall'8 al 24 maggio e da 24 luglio al 9 agosto 2000 e permisero di identificare una frequentazione dell'area dall'età protostorica all'età moderna.
Dal 30 maggio del 2001 al 30 Giugno le indagini ripresero e queste permisero di avere più chiara l'imponenza della struttura muraria di età ellenistica che, con le 16 file di blocchi messe in luce, risulta essere il tratto di mura messapico più alto fino a questo momento scoperto.
Due anni dopo, nel 1972, un gruppo di volontari guidati dall'Ispettore Onorario della Sovrintendenza, Gigi Lazzari, eseguirono una esplorazione subacquea della "conca" (piccolo specchio d'acqua interno alla grotta Zinzulusa). Si voleva valutare le possibili comunicazioni sotterranee con il mare. Sul fondo, lungo la parete ovest del laghetto, furono individuati 11 vasi che vennero studiati da M. G. Zezza. Attribuì alcuni di questi vasi ad una facies locale definita Eneolitico primo pugliese. Avevano un sottile graffito subito sotto l'orlo, sia sulla superfice interna che esterna, definito "stile Zinzulusa". Si rinvennero anche due statuine di argilla riferibili, probabilmente, ad epoca romana.
Con il 1972 si chiusero le indagini anche di grotta Zinzulusa e si iniziò a porre una maggiore attenzione ad altri luoghi e periodi della storia di Castro.
Alla fine degli anni '70, durante la realizzazione di un pozzo nero in piazza Perotti, venne alla luce un tratto di mura. La Sovrintendenza Archeologica condusse uno scavo, diretto da Lippolis e Mazzario che mise in evidenza una struttura muraria costituita da grossi blocchi, a doppia cortina, risalenti alla fine del IV sec. a.C. e appartenenti all'antica fortificazione messapica. La scoperta confermava che la parte alta di Castro venne abitata in età antica.
Agli inizi degli anni '90 ci furono dei lavori per la realizzazione della rete fognaria e in alcuni punti come piazza Perotti, via Roma, via Ciullo e piazza della Vittoria, la Sovrintendenza Archeologica della Puglia registrò la presenza di livelli archeologici con materiale ceramico di età romana e anche di periodi più antichi.
Circa 10 anni dopo, in occasione dei lavori scavo per la realizzazione della rete fognaria, si ebbero nuovi rinvenimenti relativi alla cinta muraria dell'insediamento messapico.
Verso la fine di aprile del 2000, in un' area denominata "muraglia", vicino alla zona "Chiavica", emersero i primi blocchi. Luigi Capraro, in quegli anni consigliere comunale e studente presso la Facoltà di Beni Culturali di Lecce, avendo notato i blocchi, informò tempestivamente il prof. Francesco D'Andria, direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia dell'Università di Lecce.
Nei pressi della sede comunale, in questo stesso periodo, in seguito ai lavori per la realizzazione di una intercapedine della nuova sede della farmacia, e dietro segnalazione dell'architetto Luigi Fersini, furono rinvenuti numerosi resti di anfore da trasporto risalenti alla fine del IV sec. a. C. che fanno pensare a Castro come un centro che ha avuto una
grande importanza, oltre che militare, anche commerciale. Il rinvenimento di un elevato numero di frammenti anforacei farebbe pensare proprio questo.
Nella zona Palombara è stato scoperto, durante una ricognizione, un piccolo tratto di mura di circa 2 metri di lunghezza, formato da grossi blocchi di carparo, simili a quelli individuati nei pressi della zona Chiavica, su cui è impostato un muretto a secco. Sono due le file di blocchi visibili che risultano essere abbastanza erosi. Il tratto murario ha un andamento sud/est - nord/ovest.
In seguito a lavori per la realizzazione della rete fognaria, lungo la Litoranea per Santa Cesarea, nei pressi della zona "Palombara" , tra il 3 e l'8 Marzo 2003 Luigi Coluccia individuò dei livelli di frequentazione protostorici (Bronzo finale, XI sec. a.C.) ed ellenistici. Questi testimoniano una presenza insediativa fuori dei limiti fino a quel momento scoperti.